E ORA CHE FARAI?

Corre l'anno 1997, ore 2 di lunedì 4 agosto. Corre l'uomo. La sua corsa è affannosa in questa notte d'afa nei giardini di Viale Piave. La luna compare e scompare dietro nuvole leggere e sfilacciate, la ghiaia scricchiola come vetro sotto i suoi sandali, il cuore è una pompa impazzita, il cervello un vortice di vuoto. La mano impugna un coltello. Sulla lama sangue fresco, appena raggrumato. Corre l'uomo ansimando, corre infrangendo il silenzio dei vialetti, il sonno delle panchine di legno, il coro monotono dei grilli, che tacciono, spaventati. Nel suo petto i battiti sono boati d'ansia, urla d'angoscia, sordi frenetici rintocchi di campane arrochite, lugubri. Corre...Perché? Ora l'uomo si ferma di colpo. E di colpo il silenzio lo avvolge come un manto di terrore. Nelle vene il sangue è un torrente tumultuoso, vorticosa cascata di globuli rossi e bianchi. Il sangue. Guarda il sangue rappreso sulla lama, le dita congestionate a stringere il manico di madreperla. Ribrezzo negli occhi. Sgomento. Orrore. Le dita si aprono. Il coltello a serramanico scivola via, con lentezza indicibile precipita giù, ai suoi piedi. La ghiaia lo accoglie con un suono stridulo e breve. L'uomo ricomincia a correre...

Giacomo Preganti è nel suo ufficio alla Montedison, come ogni mattina; e questa mattina è quella di martedí 5 agosto. In prima pagina, sulla Gazzetta di Mantova che ha acquistato prima di recarsi al lavoro, sta in evidenza la foto di un uomo. Assassinato con una coltellata al cuore nel sottopassaggio dei giardini di Viale Piave nella notte tra il 3 e il 4 agosto.

Le mani di Preganti tremano mentre tenta di sfogliare le pagine per trovare all'interno i particolari dell'omicidio. Non solo le mani tremano.Tutto il corpo è un unico tremito. Come ieri, ieri, lunedí. Un'agitazione incontrollabile. Impossibile concentrarsi sul lavoro. Ma ora forse il tremito è ancor più forte di ieri, e le mani quasi non rispondono, rigide mani di pietra, agli impulsi cerebrali. A fatica arriva alla pagina che lo interessa, che occupa tutti i suoi pensieri, coinvolge il suo spirito, ne stravolge i lineamenti.

Legge, dietro un velo opaco di lacrime che non vogliono decidersi a scendere, il nome della vittima, l'età, la professione, il domicilio. Dati sconosciuti, notizie che non gli dicono niente. Ma il volto! O quello sí! Quel volto! Legge ancora: ucciso in circostanze ancora tutte da chiarire; manca un movente per quella vittima di trentacinque anni, che lascia una moglie e una figlia piccola. Ma c'è l'arma del delitto, rinvenuta a un centinaio di metri dal cadavere: un coltello a serramanico, col manico di madreperla. E sul manico, stando alle indiscrezioni raccolte, delle nitide impronte.

“Ciao Giacomo. Stai guardando la Gazzetta? Hai letto di quel morto a pochi passi da casa tua?”. E' Paolo Mereschi, il suo collega d'ufficio, quarantacinque anni, sposato, senza figli. Al suo ingresso Preganti ha un sussulto. Allontana lo sguardo da quello del collega; che non veda, per dio!, la costernazione e il terrore nei suoi occhi!

Anche Mereschi ha la Gazzetta. Anche lui, con mano che pare più sicura, sta sfogliando le pagine per arrivare alla medesima notizia. Preganti tace, la lingua incollata al palato dalla secchezza della gola, i palpiti del cuore che sembrano volere esplodere il sangue fuori dalle vene, attraverso gli occhi, occhi vaganti alla cieca nella stanza dell'ufficio. Lontani, lontani da quelli di Mereschi.

La sua mente lo riconduce ossessiva a ritroso nel tempo...

Sono quasi le 2 di notte di lunedí 4 agosto. Fa caldo nell'appartamentino di Preganti in Viale Piave. Lui, scapolo, quarant'anni, vive da solo nel condominio al numero 6. Una passeggiata rinfrescante ai giardini lí di fronte, ecco cosa gli ci vuole. Inutile rigirarsi come un ossesso nello stagno di sudore delle lenzuola.

Attraversa di fronte ai chioschi e si inoltra. Ed eccolo al ruscelletto, sul ponticello di legno. Le macchine lungo il viale penetrano l'afa dell'asfalto con un rumore soffocato, i fari sono brevi lampi nel buio. Fresco. Non vento, non brezza, ma fresco, questo sí, in mezzo al verde e agli alberi. Si avvia verso il sottopassaggio. Sa che non è l'ora più indicata. Questa è l'ora di certa vita sessuale notturna: prostitute, omosessuali...Ma lui cos'ha da temere? Non è certo un piccoletto col suo metro e ottanta per quasi novanta chili di peso. Al massimo qualcuno gli farà delle proposte, e lui lo manderà...a quel paese.

Intanto, seguendo il corso del ruscelletto, si è avvicinato alla gola nera del sottopassaggio, immerso in pensieri svagati, perduti nel fresco dei giardini che sente sulla pelle come un gradito abbraccio. Lo fermano all'improvviso voci concitate che escono dal buio a una decina di metri davanti a lui: “No, non voglio più. Ho moglie e una figlia piccola, capisci? Devo pensare a loro. Devo sforzarmi di vincermi. Non posso continuare con te. Con te ho chiuso. E' finita!”. “No, non puoi farlo. Io non posso stare senza di te. Non posso sopportarlo!”.

Primo impulso: allontanarsi; evitare di immischiarsi in un simile litigio. Secondo impulso: restare in ascolto, anche perché quella voce...quella voce, sí, ecco, gli suona familiare. Conteso tra questi opposti moti dell'animo, Preganti intanto rimane lí, fermo, appoggiato a un tronco ai bordi del sentiero.

“Hai voluto questo appuntamento. Te l'ho dato. Ma solo per ridirti in faccia quello che ti ho già detto al telefono: con te non ci sto più. Devi fartene una ragione”. “No, mai, mai! Tu sei mio!”. “Lasciami, lasciami!”. “Maledetto. Avevo già deciso.”. “Ma...cosa vuoi fare!?”.

Un urlo soffocato, un rantolo, un tonfo. Un gorgoglio. Silenzio. Preganti è tutt'uno col tronco, ombra nel buio. Pochissimi attimi. Poi una sagoma esce guardinga dal sottopassaggio, infine affretta il passo e scivola davanti a lui nella luce lunare. Una scossa. Un nodo alla gola. Battiti accelerati nel cuore dell'uomo che guarda l'altro uomo, quell&Aelig;uomo, allontanarsi, le mani guantate nella notte d'agosto.

Fuggire. Ma da che parte? Fuggire dall'assassino vuol dire incontrare la vittima, scavalcarla come un ingombro insignificante, materia inerte, pattume. E se fosse ancora vivo? Cosí, tra istinto di fuga e moti di solidarietà, Preganti si stacca dal tronco e penetra l'ombra del sottopassaggio.

Il corpo giace supino. In controluce spicca qualcosa dal petto. Si china incerto e pauroso; quasi spera che nessun fiato esca dalla bocca spalancata che egli intravede nella semioscurità: per potersene andare via al pù presto, fuggire, dimenticare. Se mai lo potrà.

L'uomo è effettivamente morto. Questo dicono gli occhi e le orecchie di Preganti che non percepiscono alcun segno di vita. Ma la mano, come autonoma e curiosa dell'eccezionalità dell'evento, si spinge in avanti, verso il manico del coltello. Lo afferra.

&Equot; allora, proprio in quell'attimo, che a Preganti pare di udire rumore di passi sulla ghiaia, dalla parte da cui è arrivato, e da cui se ne è andato l'assassino. Ora sí l'impulso è uno solo: fuggire. Si alza di scatto, con la mano ancora stretta attorno al manico del coltello. E corre. Corre l'uomo. Corre Preganti in questa notte d'agosto, l'angoscia nel cuore. Lui, testimone. Lui che sa. Lui col coltello in mano...

E ora, ora che farai, Preganti? Sul coltello le tue impronte. E lí, di fronte a te, nell'ufficio, ogni giorno, Paolo Mereschi. L'assassino.

Claudio Marozzi